Primo Maggio

Te recuerdo Amanda di Victor Jara interpretata da Hugo Trova – a Torino al CineTeatro Baretti – 18 settembre 2012

Te recuerdo Amanda di Victor Jara

Te recuerdo Amanda, la calle mojada corriendo a la fabrica
donde trabajaba Manuel
la sonrisa ancha, al lluvia en el pelo
no importaba nada, ibas a encontrarte con él
con él, con él,con él, con él

Ti ricordo Amanda, la strada bagnata
mentre correvi alla fabbrica
dove lavorava Manuel
il sorriso aperto, la pioggia nei capelli
non importava niente, correvi a incontrarti con lui
con lui con lui con lui con lui

Son cinco minutos
la vida es eterna en cinco minutos
suenan las sirenas de vuelta al trabajo
y tu caminando lo iluminas todo
los cinco minutos te hacen florecer.

Sono cinque minuti
la vita è eterna in cinque minuti
suona la sirena si torna al lavoro
e tu camminando illumini tutto
quei cinque minuti ti hanno fatto fiorire

Te recuerdo Amanda, la calle mojada
corriendo a la fabrica donde trabajaba Manuel
la sonrisa ancha, la lluvia en el pelo
no importaba nada ibas a encontrarte con él
con él, con él, con él

Ti ricordo Amanda, la strada bagnata
mentre correvi alla fabbrica
dove lavorava Manuel
il sorriso aperto, la pioggia nei capelli
non importava niente, correvi a incontrarti con lui
con lui con lui con lui con lui

Que partió a la sierra, que nunca hizo daño
que partió a la sierra
y en cinco minutos quedó destrozado
suenan las sirenas de vuelta la trabajo
muchos no volvieron, tampoco Manuel…

Con lui che partì per la sierra
che non aveva fatto niente
che partì per la sierra
e in cinque minuti è morto ammazzato
suona la sirena, si torna al lavoro
molti non tornano, neanche Manuel

Te recuerdo Amanda la calle mojada
corriendo a la fabrica donde trabajaba Manuel…

Ti ricordo Amanda, la strada bagnata
mentre correvi alla fabbrica
dove lavorava Manuel…

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Lavoro, dignità e un sofferto outing

Il 6 febbraio scorso il circolo PD8 di Torino (San Salvario-Borgo Po-Cavoretto) ha inaugurato una serie di inziative interessati (programma), la prima riguardava il lavoro e la dignità del lavoro (articolo di Francesco Mele, segretario PD, sulla serata). Ad aprire la serata, e per dare i corretti spunti di discussione, sono state chiamate tre persone rappresentative della situazione del lavoro: un “esodato”, uno studente lavoratore in un call center e una precaria. L’esodato ero io. Non è stato facile, emotivamente non è stato facile. Raccontarsi in prima persona è uno sforzo emotivo non indifferente, spero che il mio sforzo possa servire a riportare il tema lavoro nei giusti binari e sia di supporto a quei tanti che sono nella mia condizione.

Ecco il testo del mio intervento.

Buonasera, mi presento: sono Augusto Montaruli, esempio vivente di esodato. Volontariamente (tra virgolette) sodato. Al contrario di quanto possa pensare il presidente Monti, sul lavoro non mi sono mai annoiato, anzi nel mio percorso lavorativo ci sono stati momenti divertenti, stimolanti, preoccupanti… : ho cambiato più volte azienda, ho vissuto diverse crisi aziendali, quando mi è stato chiesto ho fatto il rappresentate sindacale, ho cambiato spesso ruolo e posizione. Mi sono anche permesso il lusso, con persone a riporto e in una posizione delicata, di arrivare in azienda con L’Unità in tasca (a dire il vero qualche burlone me la buttava nel cestino, però molti me la chiedevano per leggerla in pausa pranzo). Mi sono stati concessi più volte aumenti salariali, avevo il telefono, il pc portatile, l’auto aziendale e l’assicurazione medica. Da ragazzo il precario, allora si usava, l’ho fatto alle poste e al pubblico registro automobilistico. S’imparava, si “assaggiava” il mondo del lavoro, si guadagnava qualcosa per la famiglia e per una vacanza e diventavi un contribuente INPS.

Adesso sono in mobilità, che mi scade a ottobre prossimo. Sono in mobilità perché, come tanti, veramente tanti, ho accettato di aderire al piando di fuoriuscita della mia ex azienda. Capita, da troppi anni a questa parte, che se superi un certo stipendio e soprattutto una certa età sei candidabile per uscire. A prescindere dal tuo curriculum, dalle tue capacità, dal tuo potenziale. Se non ti candidi, sei uno “punzecchiabile”, al terzo mese del trimestre vengono a bussare, con cautela sulle prime e poi comincia la trafila dal responsabile risorse umane (?). Resisti e diventi un caso, allora possono arrivare le provocazioni che cominciano con un ridimensionamento del tuo ruolo in azienda. E allora si che ti annoi, vai in affanno e rischi la depressione. Ti tolgono l’auto, poi il telefono, poi il lavoro. Io quest’ultima fase non ho voluto passarla, perché non avrebbe riguardato solo me, ma avrebbe coinvolto colleghi e soprattutto la mia famiglia. Ho condiviso la scelta in famiglia e ho firmato. Firmato. Una firma pesante vi assicuro. Molti ci rimettono in salute. Prima vi dicevo che il “punzecchiamento” arriva agli inizi del terzo mese del trimestre, e sì perché ogni trimestre le aziende presentano agli analisti la situazione finanziaria ed economica e uno dei parametri con il quale premia il mercato borsistico è il ridimensionamento del personale. Insomma quanti ne hanno licenziati. L’esodo pertanto premia l’azione, la buona uscita che hanno elargito a me ai miei colleghi l’hanno recuperato pagando meno tasse e con il rialzo dell’azione. A prescindere dal sistema malato che premia chi licenzia e non chi assume, io vorrei sapere se nei prossimi anni io e molte migliaia come me devono vivere di assistenza sociale o qualcuno pensa di esaminare i nostri curriculum. Siamo ancora una risorsa per il paese, forse non per questo paese, magari per un paese diverso e vorrei il mio partito cominciasse a immaginarlo e a proporlo.

Concludo con due appelli: dalle nostre parti, almeno dalle nostri parti smettiamola di dividere il mondo in garantiti e non garantiti.  I garantiti, dicono, sarebbero quelli in cassa integrazione, in mobilità, sono quelli attaccati strumentalmente dai Brunetta e dai Sacconi, sono quelli che mantengono i figli e badano ai nonni? Io credevo che dalle nostre parti, almeno dalle nostre parti per garantiti intendessimo gli evasori, i figli di papà e i nipoti di zio, quelli che sono al primo gradino dello stato sociale e i briatore di turno. Vi prego anche di riflettere non solo sulle norme, ma sugli effetti che le norme avranno, vedi l’abolizione dell’articolo 18, sul ruolo che avrà il sindacato, se avrà ancora senso la sua esistenza, e sul clima che si respirerà nelle aziende, sui rapporti tra le persone, sulla concorrenza tra colleghi. Sulla solidarietà tra lavoratori che è stata la nostra forza. E il merito credetemi non c’entra proprio niente con le norme stanno proponendo.

L’altro appello è sulle cause e sugli effetti. Ultimamente noto che si è tutti concentrati sugli effetti: si scava tra le macerie, ma non si costruiscono case antisismiche. Si regolamenta il lavoro, ma non si pensa ai lavori. Ai lavori che questo paese dovrà fare, a quale sarà la missione produttiva del paese Italia. E quando lo faremo, perché qualcuno ci costringerà a farlo, scopriremo che le regole del lavoro non andranno bene. E quelli bravi se ne saranno già andati. E noi saremo una piccola Cina, se ci andrà bene.

Una storia di molti

Oggi vado sul personale, non mi piace, ma la mia storia non è esclusiva. Riguarda molti e per questo la condivido. Dopo aver lavorato per le Officine Viberti e per la casa editrice Einaudi ho trascorso venticinque anni della mia vita lavorativa in aziende americane del settore informatico. Prima in Digital, poi in Compaq che acquisì Digital e infine in HP che acquisì Compaq. Nel corso degli anni ho svolto diversi “mestieri”, ho fatto una discreta carriera.  Sono stato molto flessibile (sugli orari e le feste comandate) e disponibile (nel trasferirmi e viaggiare) in cambio, della flessibilità e della disponibilità, ho potuto continuare a essere me stesso, soprattutto quando ho avuto colleghi (persone) a mio riporto.

Tutto è filato abbastanza liscio, per me, fino a una certa età.

Appunto fino a una certa età, perché succede che a ogni cambio di logo, due aziende che diventano una, si riducono benefits, si dilatano fino a sparire gli aumenti di stipendio e si riduce il personale. Parliamo di una multinazionale, succede ovunque, in alcuni paesi in modo drastico e in altri con un minimo di concertazione sindacale. E quando succede i primi a essere colpiti sono gli over cinquanta, a prescindere dalle professionalità e dalle attitudini personali. La scelta è legata allo stipendio e alla vicinanza all’età pensionabile. Buonuscita, mobilità e stretta di mano. E’ stato un piacere lavorare con te, quasi t’invidio, buona fortuna. Ne ho visti molti colleghi andare via, alcuni costretti altri felici.  Sapevo che sarebbe toccata anche a me, questione di tempo (mio) e di tempi (aziendali). Nel 2009 arrivano tempo e tempi. Crisi aziendale, molto legata alle oscillazioni di Wall Street, ed io che mi sentivo a disagio, fuori posto. Sentivo che stava arrivando il mio turno.  Tempo e tempi. Faccio due conti, verifico la situazione INPS, condivido in famiglia e mi propongo anticipando la loro di proposta. Tre anni di mobilità, buona uscita, si stringe un po’ la cinghia e dovremmo farcela. Si organizza con altri colleghi una festa di addio, si saluta e comincia un’altra vita. Poi arrivano lo spread, Monti e la signora Fornero. Questa storia è storia di molti, molti cui qualcuno dovrà pensare.

Infine faccio un appello, spero che da adesso in poi si smetta di dividere il mondo, il nostro, tra garantiti e non garantiti, perché di garantito ci sono solo due cose: che a pagare son sempre gli stessi e la morte che livella.

Il mio curriculum vitae lo potete scaricare da qui, consapevole che solo i curiosi lo andranno a leggere.

Qualche precisazione per i dietrologi:

Al PD ho aderito prima di decidere di lasciare l’azienda. La mia candidatura in circoscrizione l’ho decisa quando avevano sospeso le indennità. In altre parole non cercavo scorciatoie attraverso la politica. Perché quella, la politica, l’ho sempre fatta.

Speedy Gonzales

Foto di Augusto Montaruli

Da ragazzino, passata la fase mistica della prima comunione, mi recavo a messa in una chiesa dove a celebrarla c’era un prete che impiegava un quarto d’ora, venti minuti al massimo per completare il rito. Don “Speedy Gonzales” la chiesa la riempiva tutta e ti dava il tempo per fare ancora un po’ di struscio prima di andare al pranzo della domenica.

Questa cosa l’ho ripescata dalla memoria relazionandola alla polemica di questi giorni tra Renzi e Camusso perché ritengo che il problema vero non sia l’apertura o meno dei negozi, ma qualcosa di più sostanziale. Io penso che Renzi sia un po’ come Don Speedy Gonzales: facciamo questo benedetto corteo, percorso breve e sintesi oratoria che il business non può aspettare. A prescindere.

Io invece farei una proposta al sindaco di Firenze e a chi lo emula, fate dei cartelli da affiggere sulle serrande chiuse dei negozi: “Chiediamo scusa ai turisti che ci hanno onorato con loro presenza, noi oggi festeggiamo il lavoro e la dignità dei lavoratori.”

I turisti capiranno e costateranno che in Italia c’è ancora gente che è capace di distinguersi dal berlusconismo e dall’efficientismo a tutti i costi (degli altri).