Il perché ce lo dice Lu

Riporto una nota di Lu su quello che è successo ieri a Torino. Quartiere Vallette, il campo Rom incendiato. Ce lo spiega Lu il perché, e ce lo spiega come nessun altro avrebbe potuto fare. Grazie Lu.

E poi ci sono giorni così, dopo notti insonni per mille (più uno) motivi. Rabbie personali frullate con rabbie sociali e mortificazioni e senso d’inutilità. Le Vallette non è tanto dissimile come quartiere da quello in cui sono cresciuta. Ci chiamano periferia, ma forse la definizione di “camere da letto” inventata da Culicchia in “Torino è casa mia” rende meglio l’idea.

Se, poniamo, a un colloquio di lavoro un candidato viene dalle Vallette, questo candidato ha di sicuro un certo numero di probabilità in meno di venire assunto rispetto a tutti gli altri candidati. A meno che con lui non ci sia un candidato che viene da Via Artom, la strada malfamata dell’altro quartiere dormitorio per eccellenza, Mirafiori: in quel caso, ad avere un certo numero di probabilità in meno sono in due. Se poi con loro c’è anche un candidato che viene dalla Falchera, ecco che si arriva a tre.

Perfetto. Chiaro anche per quelli che Torino l’hanno vista solo in cartolina? Bene.

Ora, perché tredici anni fa, quando avrei potuto scegliere, decisi di restare qui? Di far crescere la mia famiglia nelle stesse strade a due passi da Via Artom dove sono diventata adulta, mio malgrado, pure io? Per quella “appartenenza a” dalla quale sono sempre stata  esclusa: vivevo a Mirafiori Sud, ma non ero figlia di operai e i miei genitori non si (pre)occupavano di politica. Eppure le case dei miei amici le frequentavo regolarmente. Eravamo un po’ più vagabondi di quanto non sia oggi mia figlia, si viveva in androni e scale e case che più o meno ci accoglievano. Case strette e affollate. In quegli appartamenti minuscoli vivevano papà e mamme operai. Avevano due libri in casa e uno di questi era spesso Il Manifesto del Partito Comunista. Magari non riuscivano a scrivere più di due righe senza incorrere in un errore grammaticale, ma quel tomo li rendeva ogni giorno più forti e meno “sgrammaticati”. Facevano volontariato alla Festa de l’Unità, cocevano salsiccia e crauti indigeribili, ma solo se avevano fatto il primo e dopo il fine settimana erano di secondo (turno, secondo turno). Alcuni crescevano i figli turnando alternati e si vedevano solo il sabato e la domenica. Un letto sempre vuoto a mezzo, cinque giorni su sette. Eppure c’era dignità, c’era senso d’appartenenza, c’era accoglienza e buon cuore. Li guardavo ammirata. “Dove si mangia in cinque, si mangia anche in sei”, questa era la frase e il sesto non si guardava chi fosse o da dove venisse. Forse sono nata con il DNA tinto di rosso, può essere, ma tutto mi piaceva. I regali uguali per fascia d’età che la Fiat “elargiva con magnanimità” ai figli dei dipendenti, la tuta da lavoro con cui vedevo tutti i giorni (ma proprio tutti) i papà dei miei vicini di casa, quei sorrisi stanchi quando per educazione tenevo il portone di casa aperto al loro ritorno. Poi cosa è successo? Quelli di sinistra che con la matita rossa in mano, ora la usano solo per correggere la grammatica come professori soloni. Quelli che si fanno immortalare all’inaugurazione dei giardinetti di periferia per far vedere che loro c’erano. Esserci non è presenziare con un bimbo in braccio. Esserci perché…

…con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita. (G. Gaber)

Avete lasciato che la pancia della gente fosse infettata dai vermi verdi e azzurri, avete ceduto il campo agli istinti più beceri, avete ucciso o ignorato l’assassinio di quella cosa bella che è la passione. Sempre di pancia di tratta, ma capirete bene che è ben altro digerire… E poi capitano questi fatti “incresciosi” e io mi domando: qualcuno in una panetteria di Mirafiori o delle Vallette si è fatto un giro di recente? I discorsi li sento solo io? Io che mi colpevolizzo perché mi scatta solo la rabbia e non riesco far nulla per… Questa “assenza” era già “presente” nei miei coetanei, li percepivo. Avvertivo che qualcosa mancava. Diversi dai loro genitori, seppure così simili.

E ora?

E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo. (G. Gaber)

Forse ora sarebbe il caso di riprendere in mano la situazione, che non vuol dire allearsi con tutti pur di fare numero, non significa scriversi e leggersi addosso come un piccolo clan razzista più di quei fanatici che a parole disprezziamo. Vuol dire tornare a parlare alla gente e con la gente, con valori condivisi e umiltà, perché i pregiudizi si mandano via aprendo porte a volti e occhi, non spalancando portoni ad alleati politici o a professoroni ben vestiti e “ben parlati” che bacchettano. Io una cosa come quella di ieri non voglio più leggerla. Ripartiamo dall’intenzione del volo e dai sogni nei luoghi delle miserie. Questa è la strada.

 

Pare che Charlie Chaplin fosse …


Pare che Charlie Chaplin fosse di etnia Rom. Lui ebbe un’opportunità, perché negarla ad altri.

Questa mattina ho assistito alla conferenza sul rapporto della Commissione Diritti Umani del Senato sulla condizione dei Rom, Sinti e Caminanti in Italia. La conferenza è stata introdotta da Pietro Marcenaro (PD, Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato). Vi ha partecipato Sergio Chiamparino con Giovanna Zincone (Presidente di FIERI) e il Prefetto di Torino Alberto Di Pace.

Sono uscito dalla conferenza dimenticando la carta d’identità all’accettazione, ma imparando alcune cose che mi hanno liberato da pericolosi e inquinanti luoghi comuni.

Per esempio:

ora so che la stragrande maggioranza dei Rom è stanziale, non è nomade; ora so che nei paese avanzati d’Europa ci sono molti più Rom che da noi; ora so che il popolo Rom è un popolo di bambini (il 40% è al di sotto dei 14 anni), perché i Rom hanno una speranza di vita molto inferiore alla media italiana; ora so che non ci sono più i “prefetti di una volta”, perché il prefetto di Torino vuole che si esporti il metodo Torino: chiusura dei campi, investire nella formazione e replica di casi di felice integrazione come quella del Dado di Settimo; ora so che se si distribuiscono estintori e si insegna ad usarli i bambini dei campi non muoiono.

Allora è meglio conoscere, perché se sappiamo, non ci fregano. Perché come ha detto oggi Sergio Chiamparino, chi d’immigrazione ferisce, d’immigrazione perisce.

Link utili:

http://www.pietromarcenaro.it/

http://terradelfuoco.org/topos/ildado/