Ne vogliamo parlare? C’è vita oltre gli statuti e le primarie

DSC_0084Mentre la seconda carica dello Stato rinfresca i luoghi comuni e gli incubi leghisti immaginando milioni di donne africane con il pancione che attraversano il mar Mediterraneo per approdare sulle coste italiane a partorir negretti, rischiamo di perdere l’ennesima occasione che ci consentirebbe di evolvere verso un’altra Italia. Quella Giusta, si diceva.

La questione della cittadinanza non è buonismo, è invece uno dei fondamenti di una comunità, forse il più importante. Cittadinanza è l’insieme delle persone cui la Costituzione si rivolge. Cittadinanza dovrebbe essere nascita e vita, scuola e lavoro e tasse che si pagano. La legge sulla cittadinanza, ricordate, doveva essere la prima cosa da fare.  Fatela, facciamola.

E tornando alle occasioni che non si dovrebbero perdere, potrebbe essere, la questione cittadinanza, la base su cui costruire gli Stati Uniti d’Europa se solo si volesse lavorare a una legge europea sul diritto (e dovere) di cittadinanza.  Perché non basta l’euro, a unire serve un’idea comune di convivenza e di regole, serve cultura e istruzione, serve sentirsi a casa in Italia e in Francia o in Spagna e Germania. E, già che ci siamo, servirebbe, una spunta sui diritti, sullo stato sociale e sulla democrazia prima di accettare nuovi iscritti al club. Non vorrei diventare ungherese o essere costretto a vivere in una baracca lungo un fiume a Torino per potermi curare, come i rumeni di Lungo Stura.

Ne vogliamo parlare? C’è vita oltre gli statuti e le primarie.

Semplice, veloce, urgente

DSC_1571Mentre scrivo (10:48 di sabato 27 aprile 2013) non so ancora quantificare il livello di sofferenza del mio stomaco e quanti malox, un farmaco molto caro a noi del PD e dintorni, dovrò prendere leggendo la lista dei ministri del nascituro governo di larghe intese. Aspettando la lista mi chiedo cosa leggeranno i posteri sui libri di storia, a prescindere dal formato, sulla classe politica di questi ultimi venti anni. Che cosa resterà di loro? IMU, scandali, nipotine e, soprattutto per gli affezionati al malox, tante occasioni mancate.

Una cosa però si potrebbe fare per scrivere un paragrafo degno, su quei libri di storia. Una cosa semplice, veloce. Approvare una legge praticamente già scritta, scritta con le migliaia di firme di chi l’ha proposta. Dare seguito a una promessa di Pierluigi Bersani: “La prima cosa che farò è dare cittadinanza a chi è nato in Italia.

Fatelo, facciamolo. Subito.

E non si dica che ci sono cose più urgenti, niente è più urgente della civiltà.

Il disumano

Siamo a Torino nel quartiere multitutto: un po’ figo, un po’ movida e spensieratezza, un po’ trendy, un po’ impegnato socialmente, con tante associazioni, con tante religioni e tanta umanità proveniente da tutto il mondo. E in questo mare di umanità non manca la disumanità, le solite povertà e i personaggi che sulla disumanità fanno affari arrotolandosi il pelo sullo stomaco. C’è una casa a San Salvario, una casa bella grande con tre scale e una sessantina di luoghi definiti con generosità appartamenti. Dentro l’umanità varia, un po’ è nostrana e tanta è di tutto il mondo. Difficile contarla quest’umanità che è sotto scacco di un disumano padrone di tutta la casa e della sua condizione di vita. La casa cade a pezzi, infiltrazioni d’acqua, topi e scarafaggi in quantità, il gas è in bombole, niente a norma di legge.  Tutto è lasciato andare.  A volte un piccolo incendio in un “appartamento” vuoto, qualche intossicato, un articolo di giornale e poi nulla. E’ luogo di spaccio e di ritrovo di chi si va a fare, tanto è sempre aperto e l’entrata è libera. In quel luogo abitato anche da molti bambini. E’ una storia già vista solo pochissimi anni fa, a pochi isolati di distanza. Sempre la stessa umanità, sempre lo stesso disumano. E il disumano se ne fotte. Noi no però, noi non possiamo fottercene. I disumani non li dobbiamo più tollerare.

Come in un romanzo di Dickens, mandiamogli i fantasmi del passato del presente e del futuro. Anzi no, mandiamogli i Vigili del Fuoco, i Vigili Urbani, la Polizia di Stato, e, soprattutto la Guardia di Finanza.

Gli studenti pakistani, aggiornamento sulla loro situazione

Nel post precedente questo vi ho raccontato dei cinque studenti pakistani ai quali è stata revocata la borsa di studio che consentiva loro di proseguire gli studi. Con questo post rinnovo l’appello alla politica e alla solidarietà, riportando testualmente la mail che mi aggiorna sulla situazione. Oltre alla solidarietà vorrei proprio che questi ragazzi diventassero il simbolo della città aperta ai giovani che vorremmo.

Ecco la mail che ho ricevuto e condivido:

Nei giorni scorsi vi ho brevemente parlato della situazione di alcuni studenti pakistani, in seria difficoltà per non aver ricevuto la borsa di studio (vi allego una sintesi delle loro mail x capire quanto dure siano le loro esperienze, ho raccolto i passaggi relativi alle loro storie personali).

Si tratta di Muhammad Ziad, 14.05.1985 – Farhan Nasir, 16.03.1987 – Shakir Khattak, 23.06.1987 – Nasir Khan, 10.01, 1985 –  Arif Khan Afridi, 30.06.1983

I primi tre sono studenti iscritti al primo anno delle facoltà di ingeneria petrolifera e di geologia. Questi tre sono i ragazzi che rischiano più di tutti, dovendo lasciare tra qualche giorno la camera che affittano e non avendo i soldi per trovare altre sistemazioni. Uno di loro, confidando nella borsa di studio, ha lasciato il lavoro in Pakistan per iscriversi al Politecnico. Gli altri si sono indebitati con famiglia ed amici per poter pagare il volo per l’Italia. Nelle mail che mi hanno scritto mi dicono che, pur volendo, non potrebbero tornare a casa perchè non hanno i soldi per pagare il viaggio di ritorno. Stiamo contattando parrocchie e associazioni umanitarie, speriamo di potergli dare un posto dove stare almeno fino alla fine dell’anno accademico. Gli altri due sono più fortunati. Iscritti entrambi al secondo anno, hanno stretto la cinghia l’anno scorso sperando in questa borsa. Arrivati in ritardo per poter partecipare al bando 2010/2011, hanno lavorato 10 ore al giorno (distribuzione di volantini pubblicitari) per trovare i soldi per mantenersi. Nonostante questo sono anche riusciti ad ottenere i crediti per il bando di quest’anno. Arif Khan Afridi in particolare, che ha da quest’anno un posto letto nella residenza Borsellino, ha ottenuto 50 crediti contro i 30 richiesti. Risultato sorprendente anche perchè si deve tener conto che lo scorso anno, prima di trovare un lavoro ha vissuto 16 giorni nella stazione di porta nuova. Il problema in questo caso è che senza la borsa non potrà rinnovare il suo permesso di soggiorno (non avendo i 250 euro necessari per farlo). Nasir Khan invece potrà trovare posto in una residenza Edisu di Vercelli. Nasir però non avrebbe nemmeno un euro per pagare l’abbonamento mensile per arrivare a Torino. Vi chiedo se tra i vostri contatti ci sia un dirigente di Trenitalia disposto ad incontrarci per cercare una soluzione.

Qui trovate la lettera di Arif Khan Afridi
 

Qui trovate la lettera di due consiglieri EDISU (Vincenzo Laterza e Giuliano Ramazotti)

Il perché ce lo dice Lu

Riporto una nota di Lu su quello che è successo ieri a Torino. Quartiere Vallette, il campo Rom incendiato. Ce lo spiega Lu il perché, e ce lo spiega come nessun altro avrebbe potuto fare. Grazie Lu.

E poi ci sono giorni così, dopo notti insonni per mille (più uno) motivi. Rabbie personali frullate con rabbie sociali e mortificazioni e senso d’inutilità. Le Vallette non è tanto dissimile come quartiere da quello in cui sono cresciuta. Ci chiamano periferia, ma forse la definizione di “camere da letto” inventata da Culicchia in “Torino è casa mia” rende meglio l’idea.

Se, poniamo, a un colloquio di lavoro un candidato viene dalle Vallette, questo candidato ha di sicuro un certo numero di probabilità in meno di venire assunto rispetto a tutti gli altri candidati. A meno che con lui non ci sia un candidato che viene da Via Artom, la strada malfamata dell’altro quartiere dormitorio per eccellenza, Mirafiori: in quel caso, ad avere un certo numero di probabilità in meno sono in due. Se poi con loro c’è anche un candidato che viene dalla Falchera, ecco che si arriva a tre.

Perfetto. Chiaro anche per quelli che Torino l’hanno vista solo in cartolina? Bene.

Ora, perché tredici anni fa, quando avrei potuto scegliere, decisi di restare qui? Di far crescere la mia famiglia nelle stesse strade a due passi da Via Artom dove sono diventata adulta, mio malgrado, pure io? Per quella “appartenenza a” dalla quale sono sempre stata  esclusa: vivevo a Mirafiori Sud, ma non ero figlia di operai e i miei genitori non si (pre)occupavano di politica. Eppure le case dei miei amici le frequentavo regolarmente. Eravamo un po’ più vagabondi di quanto non sia oggi mia figlia, si viveva in androni e scale e case che più o meno ci accoglievano. Case strette e affollate. In quegli appartamenti minuscoli vivevano papà e mamme operai. Avevano due libri in casa e uno di questi era spesso Il Manifesto del Partito Comunista. Magari non riuscivano a scrivere più di due righe senza incorrere in un errore grammaticale, ma quel tomo li rendeva ogni giorno più forti e meno “sgrammaticati”. Facevano volontariato alla Festa de l’Unità, cocevano salsiccia e crauti indigeribili, ma solo se avevano fatto il primo e dopo il fine settimana erano di secondo (turno, secondo turno). Alcuni crescevano i figli turnando alternati e si vedevano solo il sabato e la domenica. Un letto sempre vuoto a mezzo, cinque giorni su sette. Eppure c’era dignità, c’era senso d’appartenenza, c’era accoglienza e buon cuore. Li guardavo ammirata. “Dove si mangia in cinque, si mangia anche in sei”, questa era la frase e il sesto non si guardava chi fosse o da dove venisse. Forse sono nata con il DNA tinto di rosso, può essere, ma tutto mi piaceva. I regali uguali per fascia d’età che la Fiat “elargiva con magnanimità” ai figli dei dipendenti, la tuta da lavoro con cui vedevo tutti i giorni (ma proprio tutti) i papà dei miei vicini di casa, quei sorrisi stanchi quando per educazione tenevo il portone di casa aperto al loro ritorno. Poi cosa è successo? Quelli di sinistra che con la matita rossa in mano, ora la usano solo per correggere la grammatica come professori soloni. Quelli che si fanno immortalare all’inaugurazione dei giardinetti di periferia per far vedere che loro c’erano. Esserci non è presenziare con un bimbo in braccio. Esserci perché…

…con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita. (G. Gaber)

Avete lasciato che la pancia della gente fosse infettata dai vermi verdi e azzurri, avete ceduto il campo agli istinti più beceri, avete ucciso o ignorato l’assassinio di quella cosa bella che è la passione. Sempre di pancia di tratta, ma capirete bene che è ben altro digerire… E poi capitano questi fatti “incresciosi” e io mi domando: qualcuno in una panetteria di Mirafiori o delle Vallette si è fatto un giro di recente? I discorsi li sento solo io? Io che mi colpevolizzo perché mi scatta solo la rabbia e non riesco far nulla per… Questa “assenza” era già “presente” nei miei coetanei, li percepivo. Avvertivo che qualcosa mancava. Diversi dai loro genitori, seppure così simili.

E ora?

E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo. (G. Gaber)

Forse ora sarebbe il caso di riprendere in mano la situazione, che non vuol dire allearsi con tutti pur di fare numero, non significa scriversi e leggersi addosso come un piccolo clan razzista più di quei fanatici che a parole disprezziamo. Vuol dire tornare a parlare alla gente e con la gente, con valori condivisi e umiltà, perché i pregiudizi si mandano via aprendo porte a volti e occhi, non spalancando portoni ad alleati politici o a professoroni ben vestiti e “ben parlati” che bacchettano. Io una cosa come quella di ieri non voglio più leggerla. Ripartiamo dall’intenzione del volo e dai sogni nei luoghi delle miserie. Questa è la strada.

 

Il furgone di Yasin

Yasin abita in San Salvario, in quella parte di San Salvario senza locali da movida, in una piazza. Cinquanta metri quadri scarsi a 400 euro il mese più spese e riscaldamento. Con Yasin in quei cinquanta metri scarsi vivono la moglie, una bimba di quattro anni e un bimbo di quattro mesi. Accanto alla casa di Yasin vendono appartamenti a 3.500 euro al metro quadro. A Yasin all’inizio della scorsa estate hanno rubato il furgone che gli serviva per mantenere la famiglia e pagare l’affitto (più spese e riscaldamento).  Oggi da Yasin è arrivato l’ufficiale giudiziario: 45 giorni di proroga. E poi?

Me l’hanno raccontato dei giovani, qualcuno direbbe alternativi perché vestono di scuro e portano orecchini, che grazie alla loro presenza e solidarietà hanno contribuito a ottenere una breve, purtroppo, proroga dall’ufficiale giudiziario. Grazie alla loro presenza e al loro volantino mi sono fermato a chiedere e a parlare con loro mentre l’ufficiale giudiziario compilava moduli.

Un caso sicuramente non isolato, un caso in un quartiere popolare che sta diventando oggetto di speculazione edilizia.  Va bene il mix del reddito, non va bene cacciare e lasciare nella disperazione chi non può più permettersi un affitto. Si deve intervenire con urgenza. Nel mio quartiere Yasin voglio che ci viva e ci viva sereno.  Se non s’interviene con le istituzioni e la politica interverranno altri, quelli senza scrupoli.  E i bimbi di Yasin? E quanti Yasin, che arrivano dal mondo o nostrani, ci sono e ci saranno se non s’interviene?

Sulla situazione casa proporrò un ordine del giorno, al prossimo consiglio di circoscrizione, rivolto a prendere in esame la situazione e ad adottare provvedimenti urgenti.

Porta Nuova (la stazione di Torino)

Leggo su Repubblica di oggi che dal 2013 la stazione di Porta Nuova cesserà di operare e passerà dalle Ferrovie alla città di Torino.  La stazione di Porta Nuova è uno dei simboli dell’emigrazione, migliaia d’italiani del sud arrivarono a Torino scendendo sulle banchine di questa stazione.  La destinazione migliore dello storico edificio potrebbe essere un grande museo delle migrazioni. E non solo delle nostre. Per non dimenticare, per capire, per conoscere e conoscerci.  Per rammentare chi eravamo solo pochissimo tempo fa.  Pensiamoci.